Come valutare delle startup (parte 1)

Quando ci troviamo ad affrontare la valutazione delle startup, entriamo in un territorio di imprese che sono agli albori della loro esistenza. Queste aziende, spesso caratterizzate da innovazioni di prodotto, mercato, o di processi produttivi, si distinguono per non avere una storia consolidata su cui basare una valutazione tradizionale. Di conseguenza, i metodi utilizzati per valutare le startup differiscono notevolmente da quelli impiegati per le imprese consolidate o quotate sui mercati regolamentati. In questo contesto, diventa cruciale adottare metodologie di valutazione appositamente progettate e adattate allo stadio di vita delle giovani aziende.

Nelle prime fasi di sviluppo di una startup, durante la fase di formazione, entrano in gioco i business angel o angel investor, noti anche come investitori informali in Italia. Questi individui, spesso imprenditori, liberi professionisti, dirigenti o anche imprenditori in pensione, portano non solo capitale, ma soprattutto esperienza e competenze gestionali. Il rapporto che si instaura tra questi angeli e gli imprenditori è caratterizzato da un approccio informale. Molto diverso da quello che si sviluppa con i fondi di venture capital o private equity, i quali adottano un approccio più formale e strutturato.

Metodo Berkus

Il Metodo Berkus, risalente agli anni ’90, rappresenta uno dei metodi più antichi utilizzati dagli investitori informali per valutare le startup. Il nome deriva da Dave Berkus, un noto investitore americano che lo ideò per superare le sfide legate all’applicazione dei tradizionali metodi di valutazione alle imprese emergenti. La sua soluzione è sorprendentemente semplice: attribuire un valore fino a mezzo milione di dollari a cinque elementi chiave che contribuiscono a mitigare altrettanti fattori di rischio per la startup.

Ecco quali sono questi fattori e i rischi associati che riducono:

1) Solidità dell’idea o valore base, che riduce il rischio di prodotto

2) Prototipo del prodotto o servizio, che riduce il rischio tecnologico

3) Qualità del gruppo dirigenziale, che riduce il rischio di esecuzione

4) Relazioni strategiche, che riducono il rischio competitivo e di mercato

5) Produzione o Vendite, che riducono il rischio di produzione o finanziario

In base a questa metodologia, il valore della startup può raggiungere fino a 2 milioni di dollari (ma potremmo tranquillamente usare come valuta gli euro) prima di realizzare ricavi. Oppure fino a 2,5 milioni in caso di ricavi realizzati.

Nella più recente revisione del suo Metodo, Dave Berkus, ha allentato i requisiti dello schema originale trasformando i suoi elementi da vincoli rigidi a suggerimenti. Inoltre, ha suggerito che il valore di 500.000 dollari dovrebbe essere adattato in base al contesto geografico in cui opera l’azienda. Per fare un esempio, una società tecnologica nella Silicon Valley potrebbe chiedere realisticamente 1,5 milioni di dollari per ciascun elemento, mentre la stessa società in Nebraska dovrebbe accontentarsi dei canonici 500.000 dollari.

Metodo Payne

Il secondo Metodo risale ai primissimi anni 2000 e prende il nome dal suo ideatore, Bill Payne, ma è conosciuto anche come Scorecard Valuation Methodology o, in italiano, Metodo della scheda di valutazione. Bill Payne, figura di spicco nel mondo degli investimenti informali, ha ideato questo metodo per offrire un approccio strutturato alla valutazione delle startup.

1) Il procedimento è più lungo e complesso rispetto al Metodo Berkus visto nel precedente paragrafo. Esso comincia con la determinazione del valore mediano, (non quello medio!), delle startup pre-money e pre-revenue, operanti nello stesso settore e nella stessa area geografica. Tuttavia, trovare questa informazione può essere una sfida per il comune investitore, a meno che non sia anche un business angel o faccia parte di un’associazione di settore.

2) Il secondo passo consiste nel confrontare una serie di fattori della società in cui si vuole investire con aziende simili per settore e area geografica. A ciascun fattore viene assegnata una valutazione percentuale secondo uno schema preciso e in un intervallo di valori predeterminato. Nel dettaglio la scheda di valutazione comprende:

3) Dopo aver calcolato la somma dei valori percentuali dei fattori al punto 2), questo totale viene moltiplicato per il valore mediano trovato al punto 1). In questo modo si ottiene il valore pre-money della startup in esame.

Considerazioni sul valore delle startup

Il primo impatto che arriva ad un investitore interessato all’equity crowdfunding, quando analizza una società protagonista di una raccolta fondi, è che il valore pre-money sia troppo alto rispetto al valore reale della società. Se i due metodi analizzati in questo articolo possono insegnarci qualcosa, è proprio che il valore pre-money non è sopravvalutato. Perché incorpora sia i potenziali profitti futuri, sia il rischio di fallimento. Rischio molto più elevato in una società appena nata rispetto ad una società in attività e in attivo da anni.

Inoltre, una valutazione apparentemente elevata serve a motivare i fondatori e a spingerli a lavorare per il successo della società. Fondatori insoddisfatti potrebbero essere demoralizzati e non impegnarsi a fondo per il successo della stessa. Una valutazione più alta può anche aumentare la fiducia degli investitori e dei potenziali partner nella solidità e nel potenziale della startup. In questo modo, si contribuisce ad attrarre risorse aggiuntive e opportunità di collaborazione.

Una valutazione apparentemente elevata serve a fornire alla start-up tutte le risorse necessarie per crescere in maniera costante. Senza questa garanzia finanziaria, i fondatori rischiano di dover prendere scelte non ottimali e di dover perdere molto tempo a cercare altre fonti di finanziamento, invece che concentrarsi sulla crescita. Inoltre, avere risorse finanziarie adeguate consente alla startup di investire in ricerca e sviluppo, marketing e acquisizione di talenti. Tutti fattori cruciali per il successo nel lungo termine.

Assicurare risorse finanziarie adeguate alle imprese non solo garantisce un vantaggio competitivo sulle rivali esistenti, ma agisce anche da deterrente all’ingresso di nuovi concorrenti sul mercato che sarebbe scoraggiato dai mezzi di inferiore entità a propria disposizione. Una start-up con una solida base finanziaria è meglio posizionata per affrontare le sfide del mercato e per sfruttare le opportunità emergenti. Riducendo, così, il rischio di essere sopraffatta dalla concorrenza.

Considerazioni finali

Il grado di utilità dei due metodi per un investitore di equity crowdfunding è soggetto a diverse considerazioni.

1) Un limite significativo dei due metodi è la loro intrinseca soggettività nella valutazione dei fattori coinvolti. Ad esempio, sebbene il Metodo Berkus sia più semplice da applicare, diversi investitori potrebbero valutare in modo diverso gli stessi fattori, portando a stime divergenti del valore di una stessa startup.

D’altra parte, il Metodo Payne è più articolato, ma richiede competenze specifiche e l’accesso a dati difficili da ottenere per un investitore non professionale. Tanto che persino i business angel creano delle associazioni di categoria, tra le altre cose, per poter raccogliere dati.

Ad esempio, determinare il valore mediano delle startup in una data area geografica e settore industriale può risultare complesso per chi non dispone delle risorse e delle conoscenze necessarie.

Senza queste informazioni, l’investitore potrebbe incontrare difficoltà nel calcolare accuratamente il valore pre-money di una startup in fase di sviluppo.

2) Il secondo difetto evidente è che sono due metodi pensati per valutare società emergenti in una fase che precede normalmente quella della raccolta fondi. Quindi un investitore di equity crowdfunding arriva in una fase di vita della startup successiva a quella per cui i due metodi sono stati ideati dai due angeli americani.

In effetti, lo stesso Berkus ha riconosciuto questo limite del suo metodo, che perde di efficacia una volta che la startup inizia a generare ricavi. A quel punto, gli investitori tendono a considerare i dati finanziari reali per stimare la crescita futura.

Quindi, i due metodi sono utili solo per capire come si è arrivati alla valutazione pre-money di una startup in raccolta fondi?

3) La risposta appare chiaramente negativa. Considerati i difetti, la soggettività e l’impossibilità di conoscere valori di raffronto affidabili, ciò che rimane dei due metodi è uno schema. Una linea guida, a punti, che gli investitori possono utilizzare per valutare le startup coinvolte in una raccolta fondi.

Sia Berkus che Payne hanno individuato dei fattori cruciali di valutazione, che coincidono in gran parte, offrendo una sorta di checklist qualitativa per gli investitori durante il processo decisionale, senza perdersi in quantificazioni complicate.

Due diligence

Gli investitori che partecipano ad una raccolta fondi possono quindi svolgere la propria due diligence ogni volta, valutando secondo il proprio metro di giudizio ogni singola azienda prima di investire, ponendosi le seguenti domande:

1) se il gruppo dirigenziale abbia le qualità per riuscire, magari verificando su Linkedin (https://it.linkedin.com/) i curriculum vitae delle persone coinvolte. Metto questo fattore al primo posto seguendo Payne, perché un gruppo dirigenziale di qualità può correggere un prodotto difettoso, mentre non è possibile il contrario;

2) se l’idea sia solida oppure no e se questa costituisca un’opportunità più o meno grande,

3) se un prototipo sia già stato realizzato oppure si vada a finanziare un prodotto o un servizio che è ancora solo sulla carta,

4) se la strategia di marketing sia convincente oppure no, includendo un’analisi del mercato di riferimento e della concorrenza.

5) se la produzione sia realisticamente realizzabile oppure già iniziata, o se richieda ulteriori investimenti.

Rispondendo a queste domande, gli investitori possono valutare se una startup in fase di raccolta fondi sia in linea con il proprio profilo di rischio e se sia un’opportunità di investimento appropriata.

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